martedì 18 luglio 2017

Cose da matti.

La breve storia del medium di riproduzione tecnica del reale - la fotografia - è oggetto, oltre che di una oramai pervasiva diffusione attraverso l'utilizzo dello smartphone, pure della capillare quanto incontrollabile circolazione in Rete. E' dunque scontato, a mò di premessa, che qui ci s'intenda riferire alla traduzione numerica dell'Informazione tutta. Sui cosiddetti Social resta quanto mai aperto il dibattito sulla presunta morte della fotografia e su quanto di estetico-critico venga, addirittura giornalmente, prodotto su scala mondiale. Lasciano, dunque, il tempo che trovano le scaramucce verbali tra tutti coloro che - sottoscritto compreso - pretendano di esprimere giudizi veementi su una condizione poietica non più esclusiva, come quella del fotografo di professione, bensì rilevante soltanto sotto il profilo sociale. Sarebbe auspicabile l'utilizzo di strumenti analitici ben più pertinenti - penso, ad esempio, all'Estetica, all'Antropologia, alla Semiotica ed alla Filosofia - rispetto al pettegolezzo social in uso correntemente. Soltanto il loro consapevole uso permetterebbe si formasse una nuova generazione critica. A me non resta che tradurre in immagini ciò che penso al riguardo, senza curarmi dell'opinione di chiunque. 





















giovedì 6 luglio 2017

La follia è collettiva.

Bastano poche immagini di un ex Ospedale Psichiatrico per invocare attenzione critica sulla condizione di generale schizofrenia della Civiltà d'Occidente, dal fronte europeo a quello nord-americano. Ad esserne protagonisti cittadini e clandestini. Già osservare chi e cosa s'incontra per strada - qualunque strada, anche di montagna - alimenta tortuosi pensieri d'angoscia. La Lotta di Classe è terminata - chi abbia vinto si sa -, anzi si è tramutata in Lotta di Generazione. A me non preoccupa il futuro della mia, bensì quello di quanti succederanno.
















domenica 18 giugno 2017

Le immagini assenti.

Giunto a quest'età definitiva, non riesco a trattenere i vagheggiamenti della memoria, così che l'affanno della nostalgia sovente scende fino agli anni infantili per ricordare episodi  di cui non conservo alcuna immagine. Fotografica, s'intende. E' più che ovvio che di allora - gli anni cinquanta del secolo scorso, per intenderci - pur essendo in vivace espansione l'utilizzo del mezzo fotografico, io non potessi contare in nessuna specie di cosciente appropriazione. Ci deve avere pensato mio padre, ma dall'archivio di famiglia sebbene escano immagini di quei tempi, il ricordo che esse evocano non corrisponde a quello che più mi sovviene: durante la precoce prima elementare solevo firmare gli album da disegno con l'aggiunta dell'aggettivo pittore. Una specie di destino, non ancora mancato, per fortuna. Giusto al cambio di millennio - nell'anno 2.000, appunto - complice il cedimento temporaneo dell'organo madre e la condizione di totale solitudine, mi sono lasciato andare con entusiasmo ad un'avventura senile che ha, con molti decenni di ritardo, avviato un processo di riappropriazione delle attitudini sepolte dal destino, portando a termine gli studi in Fotografia presso il Corso di Progettazione Digitale dell'AABB di Urbino. Il Corso di Pittura, invece, l'abbandonai prematuramente nel 1971. Son quasi due i decenni e migliaia di immagini prese, in forma tanto analogica quanto digitale, a sancire il rapporto privilegiato con il mezzo meccanico, mentre cova il desiderio di mettere mano al più presto su quanto, conservato con cura, possa diventare altro ed oltre la Fotografia. Grazie alla Fotografia.

mercoledì 31 maggio 2017

Quel poco che mi resta della vita, mi costa una gran fatica.

Non si tratta soltanto della stanchezza di membra sempre più fragili, ma pure coscienza di un tempo travolto  da urgenti necessità, sociali oltre che personali. Lo sguardo sul mondo obbliga a visioni di permanente allarme, quando non terrore. Ciò determina costanti squilibri emotivi in chiunque tenti di ricavarne motivazioni per esistere consapevolmente. A me accade quando sfogliare queste immagini accende la nostalgia per quel solitario e silenzioso vagare per strade lontane, ma ormai familiari.















sabato 29 aprile 2017

Stare al Mondo fino in fondo.


Non è questione di passiva abitudine al contemporaneo quando si osserva il mondo - persone e cose - sempre più spesso anche attraverso il rettangolo di un'inquadratura. E' diventata una delle regole che ci mettono in relazione con gli altri. Nè vuol essere questa un'affermazione per giustificare il vincolo personale sempre più stretto, ma pure condiviso, con l'espressione liquida della fotografia digitale trasmessa in tempo reale via social. Questa stessa scrittura, sia quando la si compone che quando la si legge conferma il fenomeno in rapido divenire della numerizzazione del reale, cui pure noi apparteniamo. Dunque, siamo diventati numeri? Stare al mondo fino in fondo, però, non si addice ai robot. Tocca soltanto a noi e con lo sguardo privato di ogni limite tecnologico.

giovedì 27 aprile 2017

Scrivere con la luce.

Un conto è scriverne o parlarne, un conto è farla. La fotografia. Le parole che pretendono di esprimere giudizi, classificare e storicizzare le immagini prodotte - oramai milioni al giorno in tutto il mondo e tutte perfettamente dinamiche nell'attraversare qualunque frontiera - possiedono un'arbitrarietà autoriale che non sempre, anzi assai spesso, è frutto unicamente di freddi esercizi di imperio mediatico. Ma non può essere altrimenti. Il potere della parola risale alla notte dei tempi ed è tale da combattere ad armi pari solo con se stessa. Dal momento che con l'effluvio di immagini che invade costantemente e senza sosta, proprio come un fiume di parole, l'attenzione visiva di ciascun vivente, si pone un problema di linguaggio, cioè di comunicazione. Ci sarà di che scriverne e parlarne, d'ora in avanti. Conterei sull'integrazione il più possibile armonica tra i due linguaggi che, è ovvio, qui non s'intende in chiave multimediale. Scrivere con la luce, così si dice.

giovedì 9 febbraio 2017

Avarie della memoria.

Conservare per tramandare è sempre stato compito grave ed irto di ostacoli pratici. Non sempre  sono corrisposti risultati soddisfacenti a specifiche volontà, vuoi perchè i supporti di memorizzazione prescelti non garantirono durata nel tempo o per causa dell’incuria di chi fu destinato a riceverne il cambio di mano e, da ultimo, per l’insorgere di eventi imprevedibili od ingovernabili, come conflitti o calamità naturali. Tanto che, se ci guardiamo attorno, i panorami che la Storia tramanda sono in prevalenza composti da Rovine. Da quasi due secoli l’immagine meccanica conserva porzioni di mondo congelate in un istante ed a nessuno sfuggono i progressi compiuti dalle tecnologie di riproduzione fotografica del reale. Quanto abbiamo identificato come cambiamento di paradigma nel passaggio dal sistema analogico a quello digitale, mentre dilata enormemente le capacità di immagazzinamento nei processi di archiviazione numerica da un lato, dall’altro evidenzia evidenti criticità nella durata e nella vunerabilità dei materiali magnetici, nonchè sulla progressiva ed incessante obsolescenza degli standard tecnologici in materia di conservazione dei dati: in fatto di memoria esterna all’unità computazionale si è passati, nell’arco di poco più di un decennio, dal defunto “floppy-disk” al metallico “Blue-ray” di oggi, ma già in declino.  Da capacità irrilevanti a capacità strabilianti. Evidentemente,  la questione riguarda assai di più la qualità dei contenuti, piuttosto che la quantità dei dati trasportati. Tuttavia, senza la disponibilità di sempre più capienti archivi di memoria, non sarebbe stato possibile veicolare e trasmettere a distanza sequenze ininterrotte di “discorsi” a carattere multimediale. Il linguaggio prevalente per comunicare, specie tra gli appartenenti alle generazioni dei nativi digitali, è quello – ormai tendenzialmente anglofono  – del technologically correct dei manuali di istruzione e delle riviste di elettronica di consumo. Ma, se in questo scenario in cui tutto pare collocarsi secondo una prospettiva di euforico evoluzionismo, considerassimo invece l’estremo grado di vulnerabilità cui sono soggette reti, infrastrutture e veicoli di informazioni, allora ci renderemmo conto di quanto conti la memoria per guardare al futuro. Il grande occhio della memoria collettiva, stivata  entro precari contenitori di materia digitale , ogni giorno corre il rischio dell’imprevedibile “corto circuito”, che non sarebbe necessariamente frutto di azioni volontarie, ma vittima di casualità necessarie o negative coincidenze. Inutile ricordare come, dal baco del millennio a WikiLeaks, quanto si siano accorciate le distanze di sicurezza tra il controllo e la conoscenza degli apparati virtuali. La memoria, la memoria digitale, quella che occupa poco spazio e si conserva a lungo, ma non indefinitamente, è diventato un bene da difendere con ogni mezzo. Sarà su di essa che si potrà contare per immaginare cosa ci spetta, già solo domani. Ma come la globalizzazione economica ha reso interdipendente il mondo intero, così l’universalità del linguaggio dei new-media ha liquefatto i processi di conoscenza, promuovendo una modernizzazione sempre più tecnocratica e meno democratica. Qualunque tipo di perdita di memoria, entro questo quadro, sarebbe catastrofica.
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